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Medicina naturale

La fitoterapia (a volte anche impropriamente definita fitomedicina) è, in senso generale, quella pratica terapeutica umana comune a tutte le culture e le popolazioni sin dalla preistoria, che prevede l’utilizzo di piante o estratti di piante per la cura delle malattie o per il mantenimento del benessere. Data l’antichità di questa pratica, che con tutta probabilità rappresenta il primo esempio di pratica terapeutica umana, e data la sua generalizzata distribuzione geografica, è impossibile dare una descrizione di essa in termini di un sistema terapeutico specifico (come ad esempio è possibile fare per l’ omeopatia). Piuttosto è sensato dire che l’utilizzo terapeutico delle piante si ritrova in tutti i sistemi terapeutici umani, da quelli più antichi e basati su osservazione ed empirismo, a quelli più sofisticati e con livelli di complessità teorica elevata, fino alla moderna biomedicina. Dal punto di vista terminologico, limitandosi alla Unione Europea, solo da pochi anni, e limitatamente alla Gran Bretagna, esiste una categoria professionale istituzionalizzata di fitoterapeuti, con percorso formativo universitario distinto da quello previsto per la biomedicina, e con protezione legale del nome. Negli altri stati membri della UE il termine fitoterapeuta non ha valore legale, e la fitoterapia non è una branca riconosciuta delle biomedicina. Il termine viene dal greco phytón (pianta) e therapéia (cura).

La fitoterapia è considerata una medicina alternativa o complementare nella maggior parte degli stati membri della UE e negli Stati Uniti, anche se alcune piante e soprattutto alcune frazioni di pianta sono riconosciute e utilizzate anche dalla medicina scientifica tradizionale. La medicina popolare si serve di queste sostanze da tempi immemorabili. Ippocrate citava il rimedio come terzo strumento del medico accanto al tocco e alla parola.

Prima infanzia

La personalità del neonato è costituita da un insieme di bisogni che esigono soddisfazione piena ed immediata. Il bambino è in contatto con la realtà esterna solo per quanto riguarda la soddisfazione dei suoi bisogni di accudimento.


La prima vera relazione con l’ambiente circostante avviene verso i 3 mesi momento in cui si registra la comparsa del primo “sorriso psicologico”, connesso non ad uno stato di soddisfazione e benessere interno, ma rivolto ad un oggetto, che sia costituito da un volto, che sia situato di faccia e che si muova.


Il primo vero riconoscimento della realtà esterna in quanto tale avviene verso gli 8 mesi. Il bambino mostra infatti una “reazione di angoscia” di fronte a una figura che non sia quella materna, a dimostrazione che ha ormai stabilito un rapporto affettivo con un “oggetto” del mondo esterno.


Dopo il primo anno il bambino comincia a sviluppare l’autonomia motoria, inizia a muoversi ed a esplorare l’ambiente circostante, traendo piacere da attività competitive con i coetanei, l’ambiente esterno e gli oggetti ad esso appartenenti.


A quest’età il bambino comincia anche a sviluppare l’attività verbale. Si è notata la comparsa nel suo linguaggio dell’avverbio “no” prima ancora del sì: il “no” serve al bambino inizialmente più del “sì” di fronte alle limitazioni e richieste della madre (“non far questo, non far quello”).


Sempre in questo periodo il bambino deve imparare a controllare le sue funzioni intestinali, dato che la mamma comincia anche ad esigere che non “sporchi”. Benché a noi possano sembrare esperienze di poco conto, nella vita del bambino queste esperienze di rapporto con la madre sono essenziali. Educando i propri sfinteri, si impegna psicologicamente in un rapporto di scambio con l’ambiente.


La relativa autonomia motoria permette inoltre al bambino di soddisfare la curiosità e le tendenze esplorative che sono particolarmente sviluppate in questa fase. L’atteggiamento dell’adulto al riguardo è decisivo ai fini dello sviluppo. Atteggiamenti di limitazione, interdizione o colpevolizzazione possono contribuire ad accentuare nel bambino tratti di inibizione e di controllo.

 
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